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Ho molti nomi e nomignoli.

Quale più mi descrappresentappartenga non saprei dirlo.

Quasi ogni persona con cui si instauri un rapporto tale da dovermi chiamare per nome tende ad adottarne qualcuno. Che magari differisce da tutti gli altri, magari anche solo per la grafia.

Col tempo ho preso ad apprezzare questa varietà, accettando la naturalezza delle trasformazioni linguistiche, e abbandonando la pretesa di essere in possesso del proprio nome, e di imporne uso, pronuncia e grafia. Il quasi inevitabile contraccolpo è l’emergere di un sibilante sentimento di superiorità alla presenza di chi si impunta su queste cose.

Così, io per primo, soprattutto a partire da un certo momento della mia vita universitaria, cominciai a firmarmi con una gamma di pseudonimi, ramificata da innumerevoli adattamenti e variazioni sul tema.

Ma, ideando il precedente paragrafo mi ha sopraffatto una prepotente curiosità di sospendere la scrittura e ricercare tra i miei documenti più vecchi le prime istanze di quanto affermato. Di circoscrivere con maggiore precisione quell’incerto “certo momento”.

Penso che ciò faccia già emergere numerosi aspetti dei miei processi mentali. Ma, uno degli intenti maggiori che mi hanno spinto a scrivere queste righe è precisamente l’approfondire questi processi.

Intenti affinati e fatti più chiari nei mesi di gestazione che mi hanno portato ciclicamente a un nulla di fatto, al dover riflettere sul perché della longeva pagina bianca, al mutare più volte idea su contenuti e titolo, fino ad oggi. Ma di essi mi piacerebbe discorrere un’altra volta.

Per ora penso mi basterà osservare che mi sono proposto di documentare anche ciò che avviene mentre scrivo e ideo queste righe, pur conscio di pagarne in dispersività. E così ho interrotto la scrittura e mi ho cominciato a compulsare i miei vecchi documenti.

Ho rintracciato la prima istanza di uno dei miei pseudi, con già numerose varianti grottesche, in testi la cui ultima modifica è datata al maggio 2013. Ciò però fornisce solo una stima dall’alto. Infatti più volte mi è capitato e mi capita di riscrivere vecchi lavori di vario genere, mutando e aggiornando lo stile, cancellando tutto ciò che più non è mio o per cui provo insormontabile ribrezzo, o imbarazzo.

La ricerca si è poi compulsivamente ridiretta a un esame generale dei miei vecchi documenti. In particolare il titolo di alcuni mi ha spinto ad aprirli.

In più momenti negli ultimi anni ho provato a scrivere diari, o comunque a tenere traccia di pensieri eventi situazioni, alla ricerca più o meno consapevole di una via d’uscita da periodi non particolarmente luminosi. O come mero sfogo inutile (se non dannoso) in momenti di acuta sofferenza.

In particolare mi ha attirato un altro blocco note, che pensavo di aver cancellato da tempo, e invece era sopravvissuto. Mi ha turbato profondamente una riga in cui parlavo di una telefonata con un’amica. Sommariamente dicevo: «ho urlato e inveito contro il Cielo, e mi è sembrato che (finalmente) lei avesse capito, e mi ha fatto stare meglio».

L’entrare in contatto con tutta questa sofferenza, l’essermi dimenticato di questo evento e di come, almeno per un istante, un’altra persona fosse riuscita a starmi accanto, di come abbiamo perso i contatti, di come io non sappia se abbia senso riprenderli. Tutto questo non poteva non turbarmi.

È stato un excursus doloroso. Esacerbato, penso, dalla presente terribile difficoltà con tutte le amicizie. Cosa c’è di vero, cosa rimane, perché mi comporto nel modo in cui mi comporto, posso cambiare, e come e per giungere dove.

Lentamente, imparerò, posso dire solo questo.

Concludo con un anticlimax, torno al più sereno argomento iniziale.

Mi sono meravigliato non poco quando alcuni degli pseudonimi che mi sono fabbricato hanno, per così dire, preso vita: suscitando un inaspettato apprezzamento in qualcuno e divenendo soprannomi veri e propri con cui riferirsi a me. E, come ogni cosa che vive nel tempo, mutando, ramificandosi, subendo i fenomeni linguistici che trasformano tutte le parole, appunto, vive.